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Andrea Scanzi knopfleriano ad honorem
16-07-2019, 05:10 AM (Questo messaggio è stato modificato l'ultima volta il: 16-07-2019 05:59 AM da Marcospeedyvg.)
Messaggio: #1
Andrea Scanzi knopfleriano ad honorem
MARK KNOPFLER, LUCCA 2019 di Andrea Scanzi.
//www.facebook.com/andreascanzi74/
L’uomo che fa suonare gli angeli con la sua chitarra - garantiva già Douglas Adams - comincia puntuale. Pure troppo, perché qualcuno non è ancora pronto. Va di corsa, scoprirò poi perché a mezzanotte deve ripartire da Pisa con l’aereo privato per le date francesi (e poi tornerà di nuovo in Italia: Stupinigi, Cattolica, 2 Roma, 2 Verona). E’ vestito come un impiegato del catasto, o se preferite come uno che ti ha appena messo l’ADSL in casa. Mark Knopfler è così: il suo carisma risiede nell’anticarisma, il suo talento risiede nella semplificazione di qualcosa che sembra naturale ma che lo è solo perché lo fa lui. Egli è Grande, nei testi e nel tocco, e – buon Dio – pure nella voce, ma non dà a vederlo. Sempre stato così. Suonerà due ore, dietro 9000 persone. Dietro di lui una band allegra di undici elementi. Tra il pubblico anche Zucchero, che ho conosciuto e con cui ho parlato a lungo, avendo conferma di tutto il bene che pensavo e penso di lui (un giorno vi racconterò).
Why Aye Man, Corned Beef City, Sailing To Philadelphia (inspiegabilmente duettata con uno dei due percussionisti). Inizio buono, non deflagrante. Poi Mark piazza Once upon a time in the west, che dal vivo non faceva dall’83. La esegue quasi reggae e funziona parecchio, perché il brano – maestoso in Alchemy – si dilata e si dilata bene. Poi ecco Romeo And Juliet, che dei suprclassici Dire Straits è quella che sento meno mia ma che lui fa SEMPRE. Spesso pigramente. Stavolta no: la sente e la rende bene. Meglio di Barolo 2015, per capirsi. L’uomo si siede e piazza My Bacon Roll (buona) e un’assai intima Matchstick Man, tra gli apici del concerto. La introduce parlando, e forse live non ha mai parlato così tanto. Sembra felice, di sicuro è stanco ma non quanto lo era a Milano in primavera. Dice che è vecchio e deve smettere: fischi dal pubblico. Lo ripete a ogni data del tour. Poi però aggiunge che si è reso conto che suonare dal vivo lo diverte proprio, quindi forse non smetterà (no, non smetterà). Qui Mark introduce i musicisti, e ci mette troppo. Il pathos scema. Done with Bonaparte ne risente e Heart full of holes (un po’ sfrangiagonadi) è il momento più debole del concerto.
Si risale con Your latest trick, eseguita didascalicamente bene. Consueto momento-cazzeggio (per chi lo ha già visto nei tour precedenti) con Postcards from Paraguay, in cui tutti sul palco si divertono e anche noi. Quindi On Every Street, canzone da sempre prodigiosa che pagò però la colpa di uscire a inizio Novanta quando i Dire Straits erano stanchi (ma la loro stanchezza era comunque oro, buon Dio!). Speedway At Nazareth, suggellata da un assolo tra i più sontuosi della serata, chiude il concerto. Fin qui siamo sul 6.5. Poi i bis. Via con Money for nothing, singolo perfetto nella sua orecchiabilità geniale. Si gode. Lo si fa persino di più con So far away, che Mark preferisce per fortuna a Piper at the end (fatta quasi sempre nelle date precedenti). Arrivati sin qui, il dubbio era se Mark si sarebbe fermato qui o ci avrebbe invece regalato i suoi titoli di coda preferiti: la seconda. Ed ecco allora la canzone che mi fa piangere, da sempre, perché struggente e perfetta in quel suo comunicare un dolente congedo: da un concerto, da un amore, da una vita. Secondo me, in un funerale laico, Going Home: Theme from Local Hero sarebbe la suite perfetta per dire addio. E dirlo bene. Mi commuovo una volta di più, perché non si può proprio fare altrimenti.
Mark se ne va, il concerto è lievitato dal 6.5 al 7.5 e io vado a bermi un altro bicchiere con gli amici dietro il palco. Lo faccio, più che altro, per decantare. Ripenso a quando - coronando un sogno - l’ho conosciuto al pomeriggio, e ho pensato che teneva il badge con scritto il suo nome come se qualcuno potesse avere l’ardire vile di non riconoscerlo. Ripenso a quando D’Alessandro e Galli, gli organizzatori (grazie!!!), gli hanno consegnato con me un Sassicaia (foto) e il vino è caduto uscendo dalla corazza di legno: non si è rotto, lui ne ha riso ed è stato il sorriso di un uomo buono. Ripenso che, quando gli ho stretto la mano e poi abbracciato, ero contento come un bambino: mi capita, quando abbraccio chi ha cercato di rendermi migliore senza neanche conoscermi (Roger Waters lo sa). Ripenso a quanto lui, la sua musica e quel suo suonare come un Eric Clapton che si è shakerato con JJ Cale, ci siano sempre stati nella mia vita. Sempre. Come in quella di tanti di voi. Il suono della sua chitarra, mescolato a quella sua voce che ti scardina l’anima chiedendoti quasi scusa, hanno solcato sentieri e orizzonti. Nulla è più stato come prima. Ci ha cambiato, smussato, migliorato. Forse rivedremo suonare Mark e forse no. Di sicuro, quando qualcuno ha distribuito il talento smisurato travestito da normalità, lui era in prima fila. E sorrideva.
Andrea Scanzi.
//www.facebook.com/andreascanzi74/posts/2860866983929611?__tn__=K-R[/url]
[Immagine: 67107488-2860854887264154-7658698421376647168-n.jpg]

E finalmente sono riuscito ad incontrarlo per ringraziarlo della famosa citazione su di noi e dei tanti articoli scritti su Dire e Mark da parte di knopfleriani.it e omaggiarlo di una nostra maglietta. Ragazzi è un vero estimatore di Mark, persona squisita e disponibilissima Grazie Andrea. Marcospeedy

Non ho voglia di imparare, mi sento perfettamente normale nel mio mondo pazzo; non voglio diventare come gli altri." C.Bukowski
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