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Intervista a Jam del 2007 sono passati 10 anni.
31-03-2017, 05:53 AM
Messaggio: #1
Music Intervista a Jam del 2007 sono passati 10 anni.
I sultani dello swing

Abbiamo incontrato Mark Knopfler per farci raccontare del nuovo album Sailing To Philadelphia. E abbiamo intervistato anche suo fratello David, ex Dire Straits. Ci ha rivelato che…


Un geordie alla conquista dell’America Magari è come il protagonista di Communiqué: braccato dai segugi della stampa e perennemente sul punto di rilasciare una dichiarazione rivelatrice. Forse è come il fattorino di Money For Nothing, che sbircia i video di Mtv e impreca per tanta mediocrità, oppure come l’ospite di My Parties, premuroso ma ambiguo. Probabilmente un tempo era come l’Henry di Sultans Of Swing, un povero cristo di musicista che non riesce a sfondare, eppure non se la prende. Ma se davvero Mark Knopfler oggi assomiglia a un personaggio delle sue canzoni, quello non è il brontolone di Money For Nothing né l’enigmatico protagonista di Communiqué, ma Jeremiah Dixon, sulla cui figura ruota il brano che dà il titolo a Sailing To Philadelphia, nuovo raffinato album del chitarrista inglese. Già, Dixon, un geordie come Knopfler, un sognatore che, con una buona dose di determinazione e tanta fortuna, è partito dall’Inghilterra per lasciare un’impronta di sé al di là dell’oceano. Mentre mi avvicino al lussuoso Hotel Leon d’Oro di Verona dov’è ospitato Knopfler, mi chiedo se davvero assomigli ai personaggi delle sue canzoni o al ritratto ambiguo e indefinito che di lui ha dato la stampa: ora scostante, ora amabile; ora schivo, ora gioviale. Uno che combatte per l’integrità della sua musica. Anzi no, uno che si è svenduto. La verità? Difficile trovarla. Ma non impossibile. In più di vent’anni di carriera come leader dei Dire Straits e come solista, Knopfler ha gelosamente custodito la sua vita privata, difendendosi con successo dalle pressioni e dalle inevitabili intromissioni provocate dall’aver venduto cento e passa milioni di dischi. A differenza di altre rock star, di cui si conoscono i particolari della vita privata e persino della gestione finanziaria, di Knopfler di sa poco. Quasi nessuno sa, ad esempio, che i Dire Straits sono al centro di una delicata disputa sulle royalties dei primi due album che oppone Mark e David Knopfler, ormai ‘fratelli in armi’ (a tutt’oggi a Jam non risulta che sia stata intrapresa alcuna azione legale). Il secondo afferma che, attraverso un ‘trucchetto’ legale, gli sono state sottratte parte delle royalties relative agli album Dire Straits e Communiqué. I nodi sarebbero arrivati al pettine con la pubblicazione due anni fa del greatest hits Sultans Of Swing: i costi promozionali del disco, alla cui definizione David Knopfler non ha preso in alcun modo parte, avrebbero inciso presantemente sulle entrate del musicista, grosso modo dimezzando le royalties. Pacato e visibilmente ingrassato, Mark Knopfler non ha alcuna intenzione di parlare di suo fratello. Esordisce dicendo che gli piacerebbe da morire fare un vero e proprio concerto all’Arena di Verona, dove stasera si esibirà in playback a favore delle telecamere del famigerato Festivalbar. Per promuovere il nuovo album, scritto e inciso nell’arco di tre anni con una metodologia di lavoro a dir poco dispersiva, Mark si è infatti imbarcato in un tour promozionale di tre mesi. Una mossa che non t’aspetti da uno che negli ultimi anni ha evitato qualsiasi forma di sovraesposizione mediatica. Si dice abbia licenziato il manager Ed Bicknell per sfuggire alle sue pressioni di rimettere in moto il carrozzone Dire Straits (la notizia non ha ricevuto alcuna conferma ufficiale). Irritato dall’insistenza di Bicknell, Knopfler sarebbe arrivato nella sede del Damage Mangement in moto e avrebbe liquidato il vecchio amico Ed in non più di cinque minuti. La battuta è che non si è neanche dovuto togliere il casco per farlo. "Le frizioni tra Mark e Ed risalgono a molto tempo prima", mi spiega Giancarlo Passarella, editore di Solid Rock (vedi logo in alto), fanzine italiana dedicata ai Dire Straits attiva da 17 anni (l’indirizzo è Solid Rock, C.P. 2083 - 50123 Firenze). "Per anni sono stati come fratelli. Poi il rapporto è peggiorato fino alla fatidica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Da buon manager, Bicknell sa contare i soldi e ultimamente Knopfler non valeva più i miliardi di un tempo. Il suo primo disco solista, Golden Heart, non era andato un granché bene come vendite. Come se non bastasse, Mark aveva intenzione di fare una vita da 50enne, tra l’altro diventato nuovamente padre, più che da 40enne, soddisfando sfizi come comporre la colonna sonora di un film indipendente come Metroland e rifiutando di lavorare per Bertolucci. Visto che il contratto prevede l’uscita di un altro disco dei Dire Straits – e vedrete che prima o poi uscirà una compilation o un live – Ed spingeva perché il nuovo album fosse a nome del gruppo. Quando Mark ha iniziato a discutere con i nuovi discografici, arrivati dopo l’acquisizione della PolyGram da parte della Universal, Ed si è schierato dalla parte di questi ultimi, credo. Alla fine l’ha spuntata Knopfler e Bicknell ci ha rimesso la testa, per così dire." Più che di affari e litigi, Mark ha voglia di parlare della canzone che dà il titolo all’album. Sailing To Philadelphia è stata ispirata dalla lettura del romanzo Mason & Dixon in cui il grande scrittore americano Thomas Pynchon racconta la storia, romanzandola, di Charles Mason e Jeremiah Dixon, i due inglesi che hanno tracciato nel Settecento il confine tra Pennsylvania e Maryland. "Ho inciso il disco in brevi periodi di tempo, separati da grandi pause, anche perché stavo lavorando ad alcune colonne sonore: Wag The Dog, Metroland e A Shot Of Glory", spiega. "Per questo motivo mi trovavo spesso a cambiare aereo all’aeroporto di Philadelphia. Ci sei mai stato? È uno degli snodi aeroportuali più battuti d’America. Prima di atterrare sorvoli il porto e vedi tutte queste grandi navi: mi hanno ricordato un tempo, quello di Mason e Dixon, in cui in America ci si arrivava via mare. Mi affascinava il contrasto tra il tempo d’allora, quando l’America era ancora un territorio inesplorato, e l’oggi. In quel periodo stavo leggendo il romanzo Mason & Dixon e scrivere di quei due personaggi mi è venuto naturale. Il fatto che come me Dixon fosse un geordie (così vengono chiamati famigliarmente gli inglesi del nord, nda), nato poco più a nord della città dove sono cresciuto, Newcastle, ha innescato una sorta di processo di identificazione." Se il libro di Pynchon è un grande affresco dell’America pre-rivoluzionaria, Knopfler si è focalizzato sulle vicende personali di Mason, astronomo cupo e malinconico interpretato nella canzone da James Taylor, e Dixon, un geordie sanguigno impersonato dal chitarrista. Sono personaggi misteriosamente guidati verso il loro destino: tracciare la famigerata Mason-Dixon line destinata a dividere gli Stati del Nord da quelli del Sud. "Quando in seguito la Mason-Dixon line fu estesa, divenne il simbolo della divisione tra stati abolizionisti e schiavisti. Un simbolo potente. Ma la lotta continua anche dopo l’abolizione della schiavitù, come racconto in Baloney Again." Più di ogni altra cosa, Knopfler è affascinato dal tema della frontiera, dello sviluppo, della conquista. "Mi stregano le storie di persone che iniziano da zero, sono affascinato dalla loro determinazione. Anche Prairie Wedding parla di questo. È un tema interessante, se ti fermi a pensarci un attimo, non credi? Telegraph Road parlava della stessa cosa, in fondo. E anche allora l’ispirazione fu letteraria." C’è molta America nel nuovo disco di Knopfler. Molta più di quanta ce ne fosse nel primo album solista. Pubblicato nel 1996, Golden Heart era la sintesi delle passioni musicali del chitarrista: da una parte il rock americano di cui i Dire Straits erano diventati paradossalmente campioni, dall’altra il folk celtico utilizzato dal chitarrista come vivace colore sonoro, e molto più, nelle colonne sonore. Se Golden Heart apparteneva, nelle parole di Knopfler, a un luogo ideale dove il Tyne incontra il Mississippi, Sailing To Philadephia è un lavoro decisamente sbilanciato verso la musica d’oltreoceano. "Se cerchi il blues del Mississippi in questo disco, lo troverai in Junkie Doll", dice Mark. "Sai, vivo a Londra, ma ho passato molto tempo a New York. Riesco ancora a vedere l’America con gli occhi di un europeo. Amiamo l’America perché ci affascina il suo mito. A sua volta noi lo rappresentiamo e questa rappresentazione va ad alimentare il mito in un processo virtualmente infinito di continue rappresentazioni. Dov’è alla fine l’Europa? E l’America? Conosciamo a memoria certe canzoni di Elvis e ignoriamo la versione originale tedesca. Io non faccio altro che tracciare una linea che mette in connessione Europa e America. È tutto qui. È lo scopo stesso della mia arte." Considerando l’opera di Knopfler in toto, sembra quasi che il chitarrista abbia voluto chiudere il cerchio rintracciando le radici britanniche nel rock americano. "Se non l’ho fatto coi Dire Straits", spiega, "è perché non mi era materialmente possibile. Quando sei legato a una band, sei legato a certi musicisti. Ecco perché come solista è bello avere la possibilità di chiamare qualsiasi cantante o armonicista o suonatore di autoharp. Aggiungere un coro gospel a Baloney Again o un retrogusto da East L.A. a El Macho, tanto per citare due esempi di quest’ultimo disco. Significa libertà. Significa avere a disposizione un vocabolario più ampio. Come avrei potuto farlo coi Dire Straits? Mica potevo far suonare 40 musicisti nello stesso disco…" Pur essendo un chitarrista fuori dal comune, Knopfler preferisce considerarsi un songwriter. In oltre due decenni di interviste ha ripetuto fino alla noia che gli "interessa soprattutto scrivere buone canzoni". Come disse più di vent’anni fa Charlie Gillett, celebre dj e autore del fondamentale libro The Sound Of The City, "i Dire Straits sono un gruppo di musicisti straordinari, ma non è per questo che uno torna a vederli sempre. È per le canzoni". Nel 1977 o nel 1985, aggiungiamo noi, non nel 2000. Eppure, pur essendo ormai un autore dalla vena creativa francamente poco vivace, Knopfler ha scritto per Sailing To Philadelphia alcune canzoni notevoli, tra cui due duetti con James Taylor e Van Morrison (The Last Laugh). I loro interventi vocali sono talmente perfetti da far pensare a un loro intervento compositivo… "No, le canzoni sono solo mie", puntualizza Knopfler. "Ma quando scrivo mi capita di sentire che questa o quella canzone si adattano perfettamente allo stile di questo o quel cantante… Mmm, potrei essere un buon song publisher… Anche Emmylou Harris ha preso parte alle session, cantando due canzoni. Quando qualcuno ha suggerito che probabilmente quei pezzi non si sposavano col resto dell’album, li abbiamo messi da parte per un disco tutto con lei. Spero proprio di farlo in futuro." Sailing To Philadelphia è un disco fin troppo soft. Nella seconda parte il ritmo si spegne e alla sola Speedway At Nazareth viene affidato il compito di tenere desta l’attenzione di chi ascolta. Non deve stupire. La musica dei Dire Straits è sempre stata lontana da ogni ansia giovanilistica e ogni Knopfler, 51 anni compiuti lo scorso agosto, è un tranquillo signore insignito con cerimonia a Buckingham Palace dell’Ordine dell’Impero Britannico che cerca di pianificare tour lunghi non più di due settimane per essere in grado di tornare alla sua famiglia ogni quindici giorni. È perfettamente inutile chiedergli se preferisce il mito del rocker tutto genio e sregolatezza o quello del musicista tutto talento e applicazione, sapendo che è uno che non sopporta, cito testualmente, "chi arriva a una session in ritardo o con gli strumenti in cattive condizioni". Questa precisione maniacale, sommata naturalmente a una straordinaria dose di talento, ne hanno fatto uno dei chitarristi viventi più rispettati. Non ha avuto solo il merito di sviluppare un suono e un modo di suonare riconoscibile alla prima nota – una prerogativa dei più grandi. Ha avuto la capacità e la cultura di sviluppare col tempo la capacità di essere originale suonando tanto l’elettrica Stratocaster quanto la semiacustica Gibson Chet Atkins, tanto l’amata Les Paul del ’58 ("La mia chitarra preferita in assoluto attualmente") quanto la National del ’37. "Quando ho capito di essere un chitarrista con uno stile fuori dal comune? Fin dall’inizio. Fin da quando mi resi conto dell’impatto che Sultans Of Swing aveva sulla gente, dell’interesse che suscitava." Mi chiedo se il Knopfler cantautore rock sia stato influenzato dal Knopfler autore di colonne sonore… "Oh, questa è una buona domanda", dice il chitarrista, prima di fermarsi a riflettere. "Non sono sicuro, ma credo che la risposta sia positiva. Quand’ero piccolo, e ne è passato di tempo, mi colpì la qualità evocativa della musica degli Shadow. Era qualcosa di biblico, di grandioso, un suono da grande schermo, e mi attraeva. Penso, anzi, che il mio amore per Morricone non sia che un’estensione di questa passione. Credo che la musica possa creare un certo mood utilizzando i meccanismi delle soundtrack. Comporre colonne sonore ha aumentato le mie conoscenze musicali. Più passa il tempo e più mi sento in grado di dipingere un quadro con la mia musica. Ma allo stesso tempo spero di non perdere una qualità fondamentale: la semplicità." Knopfler, che spera di partire in tour nella primavera del 2001 e non esclude di suonare ancora con Dire Straits e Notting Hillbillies ("Quando verrà il tempo, lo farò; l’unico problema è la mia poca voglia di fare le vecchie canzoni"), giura che, dopo quasi venticinque anni di carriera, suonare è ancora un piacere immenso. "L’importante è non annoiarsi suonando sempre le stesse cose", aggiunge. "Fare musica è di per sé un privilegio. Mi sento fortunato." Prima dell’ultima domanda, gli dico che, più che un semplice musicista, sembra una vera e propria enciclopedia musicale vivente. "Be’, grazie. Mi lusinga sentirlo dire", risponde con modestia. "Branford Marsalis una volta ha detto la stessa cosa di me, ma… Onestamente: credo sia un complimento un tantino esagerato."

Brothers In Arms?

L’intervista sta per concludersi e non posso non affrontare lo spinoso problema delle royalties e, di conseguenza, del rapporto di Knopfler col fratello minore David. Gentile, ma risoluto, Mark mi interrompe subito: "È un problema di Dave, non mio o di John Illsley né di nessun altro". David non sarebbe d’accordo. Spiega che, contrariamente alla sua volontà, il manager di Mark, Ed Bicknell, avrebbe continuato a gestire i suoi guadagni anche dopo la sua fuoriuscita dai Dire Straits nel 1980. Nonostante il contratto firmato poco dopo la nascita della band non ne contemplasse la possibilità, il management del gruppo avrebbe continuato a trattenere dalle royalties del chitarrista una percentuale di commissione, in pratica pagandogli una cifra netta al posto di una lorda. Trattandosi di un gruppo di successo del calibro dei Dire Straits, potrebbe essere una differenza monetariamente rilevante. Contattato per commentare i fatti e per raccontare della sua esperienza post Dire Straits, David Knopfler è più che contento di farlo. Da molti anni ormai, da quando cioè è scoppiato il ‘caso’ delle roaylties, ha contattato più volte Mark e John Illsley senza ricevere alcuna risposta. Si dichiara aperto ad ogni dialogo che i due vorranno intraprendere e si lamenta che in dieci anni nessun giornalista ha voluto sentire la sua versione dei fatti. Quindi suggerisce di comunicare via e-mail utilizzando un programma che permette di criptare i messaggi. Teme che possano essere intercettati da Bicknell e utilizzati in una possibile, futura causa legale. Se Mark è stato per anni l’archetipo dell’artista intorno al quale girano interessi miliardari, David è ormai il tipico musicista underground. Dall’abbandono dei Dire Straits ha pubblicato ben sette dischi (l’ultimo, intitolato Small Mercies è del ’95). Pochi ne conoscono l’esistenza e il crescente apprezzamento della critica si è accompagnato a un successo decrescente. "I miei primi cinque cd sono stati una continua rincorsa verso la perfezione del suono", dice. "Con The Giver e Small Mercies ho imparato a scordare quella merda e ho trovato il coraggio di fare musica onesta, nuda, con veri musicisti, spesso dal vivo in studio." David, di due anni più giovane del fratello, non è più un musicista professionista, anche se continua a comporre canzoni e colonne sonore per la televisione (ma non per la pubblicità, specifica) e non ha problemi ad ammettere che negli ultimi sei anni ha vissuto grazie all’attività di web designer e consulente per la Rete. I suoi album sono autoprodotti e venduti in rete, presso il suo sito personale http://www.knopfler.com. Ai tempi dei Dire Straits era tutta un’altra cosa "Il legale dei Dire Straits, il rispettatissimo Robert Allan, riconoscendo l’importanza della costruzione di una carriera, fece sì che la Polygram si impegnasse a pagare e a fornire anticipi per un minimo di tre album prima di avere l’opportunità di sciogliere l’accordo", ricorda. "In altre parole, la compagnia era finanziariamente obbligata a promuovere la band. Robert fu deplorevolmente licenziato dal manager di Mark, Ed Bicknell, dopo la mia uscita dalla band. Sono sicuro che, se fosse rimasto, non avrei dovuto affrontare i problemi che ho adesso." Bicknell è uno dei bersagli preferiti di David. Nato nel 1948, ha iniziato a interessarsi professionalmente di musica alla fine dei Sixties durante gli anni passati alla Hull University, suonando brevemente nella Average White Band e organizzando concerti per star o future star come Jimi Hendrix, The Who, Led Zeppelin. "Mi occupavo solo delle band che mi piacevano", racconta nella biografia ufficiale. "I primi sono stati i Pink Floyd, mi sono costati 100 sterline." Negli anni Settanta iniziò a rappresentare o a organizzare i concerti di Elton John, Steely Dan, Ramones, Deep Purple, Tina Turner e Talking Heads. Nel dicembre 1977 l’A&R della Phonogram John Stainze lo portò a un concerto londinese di una band appena messa sotto contratto, i Dire Straits. Bicknell ne divenne il manager, ingaggiandoli per tour con i Talking Heads a 50 sterline a serata. "La verità", puntualizza David Knopfler, "è che venne scelto dalla casa discografica. Noi acconsentimmo contro il parere del nostro avvocato." Il resto è storia: negli anni Ottanta i Dire Straits sono diventati una delle band più famose e pagate del mondo e Bicknell è sempre stato lì, dietro le quinte e dietro le scelte di Knopfler, concedendosi anche l’indubbio piacere di suonare la batteria con i Notting Hillbillies. Il suo nome è tra i più conosciuti nell’industria discografica britannica, la sua attività frenetica e di alto livello. Ha fondato l’International Managers Forum, che riunisce 500 manager che rappresentano circa 4.000 musicisti, ed è ospite ambito delle conferenze incentrate su tematiche legate all’industria discografica che si tengono in Inghilterra e negli Stati Uniti. "Upton Sinclair", mi dice David, quando gli chiedo di fornirmi un ritratto di Bicknell, "disse: ‘È difficile far capire qualcosa a una persona il cui salario dipende sulla sua capacità di non capirlo’. Anche se c’era una porta, Ed cercava una finestra sul retro da cui scappare. Molto intelligente, disarmante, rapace, guidato dal suo ego e invariabilmente la persona più chiassosa e spesso più divertente in ogni occasione di ritrovo sociale. Capace di astutissime manipolazioni e di un’abilità forense che sconfina nel genio nel calcolare e capire come massimizzare le entrate. Non una persona piacevole e maledettamente orgogliosa di non esserlo. Come ogni machiavellico, un maestro nel contrapporre forze e quindi abbandonare il campo dopo aver neutralizzato ogni possibile opposizione. La gestione dei danni (damage management, nell’originale, nda) era la sua specialità. I danni erano sempre ingenti e il colpevole apparente non era mai lui. Non è un caso che come logo avesse scelto una macchina distrutta." Secondo Passarella, il ritratto di Bicknell fatto da David non è lontano dalla verità. "Abbiamo collaborato per anni, l’avrò visto una sessantina di volte. È uno che si firma Gengis Khan. Uno che ti sbatte in faccia il fatto di essere un ‘duro’ e poi ti stringe la mano. Uno che prima ti minaccia di portarti in tribunale e poi ti tratta come un amico chiedendoti come sta tua moglie. È accaduto a me, quando su Solid Rock, rivista riconosciuta ufficialmente dal management, pubblicai uno scritto di David Knopfler preso dal suo sito personale. Ed mi inviò immediatamente un fax per chiedermi spiegazioni. Non l’aveva mai fatto prima." Nonostante il ritratto tutt’altro che edificante che fa di Bicknell, David Knopfler si rifiuta di attribuire delle colpe. Anzi, dice che è improduttivo vedere i contrasti in termini di ‘colpa’ e che non c’è mai un solo responsabile per ingiustizie. Le sue parole lasciano intravedere un’originale idea di responsabilità. "Gran parte della gente non agisce in modo deliberatamente cattivo", filosofeggia. "Non puoi dare la colpa a una tigre se uccide una gazzella e forse nemmeno alla British Petroleum perché cerca di fottere l’Alaska. È nella natura della bestia. Ma penso, nella tradizione onorata di attivisti come Ghandi, che dovremmo fare tutto ciò che è in nostro potere per opporci a quelli che pensano che si possa scendere a patti con la parte oscura, quelli che, essendo abietti e cinici, pensano che lo siano anche gli altri, o quelli che offrono patti faustiani. La verità emerge sempre – anche se a volte ci mette centinaia d’anni. Vedi, nel music business non viene Satana a dirti ‘Figlio mio, ti piacerebbe apporre la tua firma col sangue su questo foglio in cambio di cinque milioni di sterline e il migliore sesso sulla terra?’. Per diventare un dannato ti ci vuole il lavoro di una vita intera. I compromessi sono il frutto di un lento e progressivo accerchiamento. Finché un giorno la linea che ti eri ripromesso di non attraversare semplicemente non c’è più." David ha tracciato quella linea tanti anni fa e quando, nel 1980, temeva di superarla aderendo al rinnovato e ambizioso ‘progetto Dire Straits’ elaborato dal fratello e da Bicknell, fece un passo indietro. Lasciò la band per la più classica delle ragioni: non era messo nelle condizioni di esprimersi creativamente. "Pensai che era tempo di diventare l’autore della mia vita piuttosto che lo strimpellatore per i sogni di qualcun altro, specialmente perché quei sogni non erano più quelli di tre anni prima", spiega. "Quel che è peggio è che si era passati da un modello democratico a uno autocratico. Mark stava diventando quello che una volta diceva di odiare. La carica umana venne sacrificata a favore dell’idea di diventare sempre più grandi e New York era sicuramente il posto giusto per farlo. Mark non era felice al tempo. È sempre stato come un attore che recita la sua vita. Credo che abbia paura che, senza le maschere, quel che c’è dietro non funzionerebbe – e invece io penso che troverebbe il modo di farlo funzionare molto meglio delle cazzate di cui è stato al centro negli ultimi dieci e passa anni. Quando Mark suonava una sua canzone solo con la chitarra acustica, era una grande emozione ed è un peccato che il pubblico non abbia saggiato maggiormente questa sua qualità. Aveva bisogno di più coraggio e della volontà di mollare le stronzate. Ma era troppo difficile farlo una volta raggiunto quel tipo di successo e circondato com’era da contabili che guardavano nervosamente il registratore di cassa." Curioso che, ultimamente, Mark Knopfler stia pianificando una carriera certamente più vicina alle idee del fratello. Se è vero, come afferma David, che "i Dire Straits diventarono un solista cammuffato da band", oggi quel solista sta cercando di togliersi la maschera cercando di gestire a modo suo la carriera, sbarazzandosi degli ormai ingombranti Dire Straits. Secondo David, però, in origine il gruppo non era il mezzo di espressione di un singer-songwriter: "Il ruolo di Mark era centrale, ovviamente, e come chitarrista aveva un talento naturale divino, era uno di serie A, anche se in qualche modo sempre nell’ombra dei suoi due più grandi maestri J.J. Cale e Ry Cooder. Escludendo l’orrore della personalità e dell’ego, ci sono pochissimi musicisti che riescono a dare tanto godimento nell’interplay". E come giudica i dischi dei Dire Straits, a sangue freddo? "Mi è difficile farlo. Mi piace gran parte di quello che abbiamo fatto, anche se qualcosa era di seconda scelta. Per esempio i demo di Mark per Making Movies che erano assolutamente imbarazzanti, ma grazie a dio Jimmy Iovine lo persuase a buttarne via gran parte. Come milioni di altre persone mi è piaciuto Brothers In Arms, a parte un paio di pezzi, e in particolare la title song. Da lì in poi il livello è sceso costantemente." David Knopfler ama dire che non è mai stato incantato dal denaro o dal potere, per cui non conosce il disincanto, ma la sua breve permanenza nel cuore del music business gli ha dato spunto per scrivere un libretto, Bluff Your Way In The Rock Music Business (Ravette, 1996), da cui di disincanto ne traspare parecchio. È una piccola guida sarcastica su come fare successo nel mondo del rock sfruttandone le regole più deleterie e ridicole. "Da quando ho lasciato i Dire Straits ho iniziato a gestire, o meglio a malgestire i miei affari, scoprendo inevitabilmente alcune verità che pochi artisti sono incoraggiati a imparare. Meglio riderci su, no?" In quanto alle differenze tra l’epoca in cui ha esordito come musicista e il 2000, afferma che "negli anni Sessanta e in parte nei Settanta c’era una relazione dialettica molto più forte tra la musica e gli eventi sociali. La crescita collettiva registrata negli anni Sessanta è stato il vero cuore di ciò che è significativo nel rock come ‘cultura’ nel XX secolo. Il cambiamento da ‘Tell your ma tell your pa our love’s a gonna grow wa wa’ al ‘Something’s happening here and you don’t know what it is, do you Mr. Jones?’, o essere testimoni del passaggio dall’innocenza dei primi Beatles di ‘With a love like that you know that can’t be bad’ all’urlo cupo di Hendrix che rifà l’apocalittica All Along The Watchtower di Dylan o la sua Voodoo Chile – questi cambiamenti avevano una grandezza e un potere che nessun evento è mai più riuscito ad avvicinare. Ma forse un fan ‘stonato’ dei Radiohead qui, nel XXI secolo, crede di fare esperienze mai vissute prima, di muoversi in un territorio vergine. Bene, ci sarà sempre un elemento sovversivo, eccitante nella migliore musica contemporanea". Difficile prevedere quel che succederà dopo il divorzio tra Mark Knopfler e Ed Bicknell. Chiudendo il rapporto di lavoro con il chitarrista, il manager ha dichiarato che ogni accordo ancora attivo sarà terminato. "Ma non ha dichiarato se prenderà il loro posto qualcosa di ancora più nocivo", dice ironicamente David. Poi aggiunge, seriamente: "Mi piacerebbe che domani venisse qualcuno da me e mi dicesse: ecco i soldi per fare un altro album, Dave. Tu pensa a reclutare i musicisti e ad affittare lo studio, noi penseremo a vendere i dischi. Ma se non dovesse accadere, non sarebbe la fine del mondo. Come artista devi decidere quel che vuoi. Se vuoi celebrità, bene, fai il tuo patto faustiano, diventa una specie di industria ambulante e goditi il benessere che ne deriva. Se invece vuoi fare la tua musica con onore, con o senza happy ending, fa’ del lavoro il tuo unico scopo. Yehudi Menuhin disse: ‘Ogni essere umano ha il dovere eterno di trasformare quel che è duro e brutale in qualcosa di tenero e acuto, quel che è grezzo in un oggetto raffinato, quel che è brutto in bellezza, lo scontro in collaborazione, l’ignoranza in conoscenza’." Nelle parole di David sembra di leggere una metafora delle differenze che lo separano dal fratello. Chiedo un parere a Passarella, autorevole fonte d’informazione circa l’universo-Knopfler: "La radice dei problemi tra loro due risale a quando Mark decise di non scendere in campo a favore di David nella disputa con Bicknell. E forse ancora più indietro, a quando il secondo lasciò il gruppo. Mark Knopfler plagiato da Bicknell? È vero che da una ventina d’anni il chitarrista ha affidato la gestione economica e legale in mano d’altre persone e forse David ha ragione a criticare la scelta di demandare ad altri la gestione di questi problemi. Ma non credo che Bicknell abbia manipolato Mark". La moglie di David, Anna – "che si occupa di giustizia sociale e che mi ha incredibilmente supportato in questa storia" – ha scritto di essere "grata che Mark non sia mio fratello". Il marito è molto più cauto. "Il fatto che mio fratello abbia deciso di ‘passare dall’altra parte’ mentre mi cadeva tutta quella merda addosso è stato strano e molto, molto deludente. Ma nonostante passino gli anni e gli abbia inviato miliardi di lettere cui non ha mai risposto, è il figlio di mio padre, per cui rimango ottimista." Quando, tempo fa, papà Knopfler è morto i due fratelli si sono incontrati al funerale. David ama ricordare che uno proverbi preferiti del padre era if there’s a will, there’s a way, volere è potere. Chissà se anche Mark rammenta quelle parole.

Non ho voglia di imparare, mi sento perfettamente normale nel mio mondo pazzo; non voglio diventare come gli altri." C.Bukowski
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18-04-2017, 01:58 AM
Messaggio: #2
RE: Intervista a Jam del 2007 sono passati 10 anni.
Questa intervista ha confermato alcuni miei dubbi, peccato che due fratelli si siano divisi del tutto. La colpa numero uno è di Ed Bicknell, però devo dire che anche Mark c'ha messo del suo non difendendo suo fratello, e questa cosa, purtroppo, è vergognosa, perché David è pur sempre suo fratello. Speriamo più avanti si riconcilino.
Comunque questa intervista del 2001 è uscita nel 2001 o nel 2007?

Il mio primo concerto del grande Mark Knopfler Heart
http://www.youtube.com/watch?v=idWHxmFITws
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